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L’Italia allo specchio di X Factor

10 novembre 2010

Piccola cronistoria. I tenutari di questo equivoco blog consacrato perlopiù a nobili argomenti quali gatti, ambiente ed arti varie, mai, nelle sue 3 prime edizioni, avevano seguito il programma denominato X Factor Italia. Aguzzando la memoria, possono tutt’al più riportare alla mente brevi flashback in cui, durante peregrini zapping, la loro tv LG andava a sintonizzarsi sul 2, dove qualche improvvisato cantante martoriava qualche brano amato, causando subitanee fughe da siffatte non prescritte sofferenze. Considerando poi che tra le fulgide stelle emerse dal (co)su(i)ddetto talent show, v’era nienteprimadimeno che Miss “Trombetta in Gola” Giusyferreri (che Iddio la perdoni, se può: noi no), il pregiudizio per tutto l’ambaradan era duro a morire.

Imperocché, quando giunse nella tarda estate, gravida di inaspettazione, la notizia che tra i novelli giudici della 4a installazione sarebbe giunto Stefano Belisari in persona, personaggio che da queste parti (soprattutto dalla metà Valesca) è adorato qual sorta di laica divinità, una fitta nebbia di dubbio ci avvolse: vedere o non vedere, chi cantò tante immortali note in tale contraddittoria cornice? Vinse la curiosità, alfine, e iniziammo a sintonizzarci sulla musica che batte dove sappiamo.

E così, settimana dopo settimana, tra una urlatrice e un caso umano, qualche fenomeno da baraccone e qualche pupattolo ad uso bimbeminkia, ci siamo affezionati a (per non dire innamorati di) una piccola grande ragazza. Del resto, come non voler bene a Nathalie? Una che non sbaglia un gusto musicale. Una che scrive canzoni in italiano, inglese, francese. Una che lavora per migliorare, senza credersi chissà chi, in un mondo di ego smisurati. Una capace di controllare mirabilmente l’intera tavolozza della sua voce come la deliziosa inflessione romana.

L’abbiamo accompagnata in questo accidentato percorso, sempre trascurata dal carrozzone tv, intento a spremere tutto dai concorrenti più succosi, lei sempre misurata, dignitosa, anche nella crisi di metà percorso. In punta di piedi, a voce spiegata. Abbiamo patito i vergognosi rischi di eliminazione, fino a far quello che due mesi fa mai avremmo creduto – pietire voti a parenti ed amici, pur di darle un’altra chanche, per chi evidentemente è di un’altra categoria rispetto al resto del gruppo, pur di rivedere ancora una volta il suo sorriso che si scioglie alla fine del brano di turno.

Ora, a parte il tifo nathivo, un’altra passione nostra è individuare sineddoticamente, nel dettaglio, i sintomi di fenomeni più generali. E in questo X Factor non delude. Prendiamo l’11 puntata, appena riposta sugli scaffali: in fondo, quelle 3 ore di canzoni e commenti sono uno specchio fedele dell’Italia, delle sue tante miserie e dei suoi pochi splendori. Esempi.

Non c’è gusto in Italia a essere intelligenti, direbbe Freak Antoni. O bravi, tantomeno. Metti Stefano: 22 anni, balbuzie pronunciata. Quando canta, non balbetta, che bello. Peccato canti da schifo: intonazione micidiale, timbro che stimola solenni grattate. Nella seconda manche, accompagnato da Morgan, si esibisce in una Non arrossire da far catapultare Gaber nella tomba. Nathalie, un po’ dopo, esegue una delle canzoni più belle e difficoltose della storia del cantautorato femminile. La fa da dea, i 2 minuti più alti delle 11 sere. Simona Ventura, perfetto simulacro dell’italiano medio, sacra vestale del pensiero popolare, pensa che a rischio di ballottaggio sia lei, per la “difficoltà” (in tutti i sensi: del resto far passare Tori Amos o Alanis Morrisette, mica Diamanda Galas, in prima serata, vien considerato atto di sommo coraggio) del brano. Fortunosamente sarà smentita. Ma il concetto passa, anzi, è già passato da quel dì: siamo o non siamo il paese dove la parola meritocrazia non riesce a trovare asilo nel dizionario? (E inoltre: siamo o non siamo il paese dove a condurre le trasmissioni di cinema c’è Marzullo, e a parlare di musica quella che si fece prendere per i fondelli dai Muse?)

Va dove ti porta il cuore. L’altra giudice ospite, brava cantante nonché madre esemplare, dopo aver definito di concerto con la suddetta Ventura la voce di Nathalie, “gracchiante”, si lancia (per lo sconcerto del povero Ruggeri) in una petizione non richiesta a favore di un voto col cuore, non con la ragione. Sì, insomma, Stefano non sa infilare due note giuste di fila, ma “arriva”, tocca le corde cardiache come un sommo arpista della commozione, no? L’importante non è la tecnica, scemi voi sempre a rompere con sta benedetta intonazione, bensì l’anima che ci si mette. E allora, suvvia, buttate il cuore oltre l’ostacolo, miei prodi. Perché poi l’Italia è questa, non ve n’eravate accorti?, una repubblica fondata sul Pietismo (i “poveri figli”, i “piezz’e’core”), e sulla sua oscura sorella, Morbosità. Povera Sarah, e le gite ad Avetrana, appunto. I morti in metropolitana nell’indifferenza, e i plastici di Bruno Vespa. Visto che tanto così va, cogliamo l’occasione per suggerire ai signori della Rai, per l’anno prossimo, un bel H Factor. Concorrenti consigliati: lo storpio, che fa la sua porca figura; il cieco, un grande classico; ma soprattutto il muto, candidato indiscutibile alla vittoria. Col cuore in mano, e i polsini insanguinati.

Comprate la buona musica italiana. Sì, in Italia non si comprano più dischi. Non a caso, discografiche navigate come Claudia Mori o Mara Maionchi supportano entusiasticamente, in piena sindrome Forrest Gump, personaggi del calibro di Stefano, buoni tutt’al più per la comparsata lagrimevole nel contenitore pomeridiano di Rai1 o Canale5.  (En passant, gentile signora Mori in Celentano: nell’ambito del rock, veda Nevruzzz e volendo anche suo marito, si può pure soprassedere sull’esattezza scientifica dell’intonazione, prevalendo valori di personalità e carisma, ma se vuoi cantare una pop song e ne stravolgi involontariamente la linea melodica, il naufragio è inevitabile, o no?). D’altra parte, si sa, l’Italia non si merita i suoi talenti in fuga o in ritirata, le tante Nathalie acquattate tra le pieghe di un mercato dominato dal piacionismo, dal frignonismo, dal rimbecillimento trionfante.

Ma come parla bene. Se, del resto, a portare alto il vessillo della cultura musicale sul campo di battaglia di Rai2, in questi anni è stato Morgan, capiamo di cosa stiamo parlando. Perché alla fine Morgan sta alla canzone come Vittorio Sgarbi alla critica d’arte, specchi di Narciso in cornice barocca. E visto che,  solo col suo talento (che c’è)  sarebbe comunque finito nel mucchio dei tanti squattrinati lavoratori del rock d’autore made in Italy, ha pensato bene di vendere il proprio personaggio. Una campagna di marketing di indubbia riuscita, visto che si sente acclamare come guru dell’expertise musicale uno che candidamente confessa, tra un frizzo e un lazzo, di non conoscere la title track di uno degli album più importanti della storia del rock. Ma magari scherzava, vero? VERO???

Tutti pensano, nessuno agisce. Già. Quanta Italia in questa celebre massima. Il paese va alla deriva, tutti lo sanno, molti lo dicono, ma quando è il momento di far sentire il proprio peso, continuano a votarlo, quello lì. Vero, Sora Tatangelo? La giudice non ciliegia, compagna dell’artista dalle ambigue frequentazioni, per settimane ha fatto fuoco e fiamme a ogni disastro stefanesco. Quando finalmente, incredibile dictu, tocca a lei deciderne la sorte, cosa credete che faccia? Interrogherà la propria coscienza, si prenderà la responsabilità per cui è stata messa su quello scranno e, con tutta la delicatezza e umanità possibile, ne decreterà la dipartita, nevvero? No no no. Che scherziamo? Novello Pilato, se ne lava bellamente le mani riconsegnando la vittima designata al fino ad allora vituperato pubblico, che ha spedito a casa anzitempo tutte le sue (wannabe) artiste. Libertà è partecipazione, sempre per citare quello sopra.

Qui c’è qualcosa sotto. D’altronde, laddove vige la cultura del sospetto e del trasformismo, chi al momento decisivo si mostra coerente con le proprie idee, nasconde intenti inenarrabili, cova strategie segrete, pianifica salite al potere truffaldine. Quindi Elio, che a ogni santa tornata di giudizio aveva speso parole lusinghiere per i Kymera e ponderate critiche per Stefano, e conferma quando tocca a lui quanto sopra, ha sicuramente giocato di fino, essendo Stefano concorrente più pericoloso per i suoi nelle ultime sfide. Se pensi sempre con la tua testa, ce stai a provà, dai, furbacchione.

L’Italia chiamò. Però, però, alla fine, la nostra cara Patria, maestra nel mettersi nei guai da sola, congenitamente votata all’emergenza e all’anormalità, sull’orlo dell’abisso, con l’acqua alla gola, piazza sempre il colpo di reni, il gol in zona Cesarini, lo scatto d’orgolio che la salva. Il popolo sovrano a sorpresa rispedisce a Macerata il Filipponi e tiene dentro (perché sembra razzista ma in fondo è tollerante, e Italiani brava gente e così via) il glam gay duo (che aveva cercato di darsi la mazzata da solo con un’Albinoni song così tamarra da farci rivalutare il Rondò Veneziano). Insomma, anche stavolta giustizia è fatta (e spumante è stappato). Ma che fatica, signori miei, essere italiani.

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One Comment leave one →
  1. 16 novembre 2010 13:33

    Siamo profetici: scriviamo “In punta di piedi…” nel post dedicato a Nathalie, e così si chiama la sua canzone, guarda un po’.

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