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Se niente importa – Jonathan Safran Foer – segnalazione

25 ottobre 2010

Premessa: Come i nostri quattro lettori sanno, noi siamo vegetariani (tendente al vegan) ma non abbiamo mai pensato di fare proselitismo. Ognuno deve essere libero di scegliere come vivere. Lo ripeto perché non pochi onnivori (anche su questo uso dei termini “vegetariano – onnivoro” avrei qualcosa da dire, ma andrei fuori tema) guardano chiunque dice “sono veg” come un potenziale terrorista. Vorrei che questo fosse chiaro, prima di essere indicata (è già successo, ricordate?) come una hezbollah del vegetarianismo.

Il libro: Jonathan Safran Foer, da piccolo, trascorreva il sabato e la domenica con sua nonna. Quando arrivava, lei lo sollevava per aria stringendolo in un forte abbraccio, e lo stesso faceva quando andava via. Ma non era solo affetto, il suo: dietro c’era la preoccupazione costante di sapere che il nipote avesse mangiato a sufficienza. La preoccupazione di chi è quasi morto di fame durante la guerra, ma è stato capace di rifiutare della carne di maiale che l’avrebbe tenuto in vita, perché non era cibo kosher, perché “se niente importa, non c’è niente da salvare”. Il cibo per lei non è solo cibo, è “terrore, dignità, gratitudine, vendetta, gioia, umiliazione, religione, storia e, ovviamente, amore”. Una volta diventato padre, Foer ripensa a questo insegnamento e inizia a interrogarsi su cosa sia la carne, perché nutrire suo figlio non è come nutrire se stesso, è più importante. Questo libro è il frutto di un’indagine durata quasi tre anni che l’ha portato negli allevamenti intensivi, visitati anche nel cuore della notte, che l’ha spinto a raccontare le violenze sugli animali e i venefici trattamenti a base di farmaci che devono subire, a descrivere come vengono uccisi per diventare il nostro cibo quotidiano.

Ho terminato di leggere questo libro ieri, e come Ale, penso che se dovessi consigliare un solo libro per tutto il 2010 sceglierei questo. Lo farei leggere nelle scuole. Il discorso riguarda anche noi in Italia, se non altro perché l’industria agroalimentare statunitense è così potente che si è insediata stabilmente anche qui. Abbiamo allevamenti intensivi della Smithfield in Europa e in Italia.
Credo che questo libro debbano leggerlo tutti, specialmente chi mangia carne. Foer non dice: siete tutti cattivi. Ha amici che producono e vendono carne. Nella seconda metà del libro porta esempi di allevamenti a gestione familiare.
E le conclusioni a cui arriva rispondono in parte anche a una domanda che una veg come me si fa spesso: è coerente che io, che non ammazzo nemmeno le mosche, difenda un certo tipo di industria che produce carne seguendo principi il più possibilmente etici?

Conclusione: ho superato la mia indecisione, e ho postato questa segnalazione (recensione mi pare eccessivo) perché non sarà certo il mio essere veg, o crescere figli veg se mai ne avrò, che cambierà il mondo. Il futuro dell’uomo è strettamente legato alla produzione di carne, e i cambiamenti in questo tipo di industria partono da chi compra tali prodotti. Per questo chi mangia carne dovrebbe leggere Se niente importa. Non per diventare veg, ma per sapere cosa si è messo nel piatto.

21 commenti leave one →
  1. 26 ottobre 2010 12:44

    Sei sicura che il problema sia la produzione di carne e non la produzione di cibi industriali in generale?

    Io credo facciano più danni le colture di piante OGM, piuttosto che il piccolo allevatore berbero e le sue capre.

    Io quando vedo hamburger di soia, vedo cibo industriale, prodotto probabilmente con soia transgenica (lo è quasi tutta), pieno di addittivi industriali. So che per produrlo sono stati usati pesticidi, che tutto a partire dai semi è stato prodotto industrialmente.
    Viceversa quando mi portano un mezzo capretto allevato in campagna, so che il suo impatto nell’ambiente è zero.

    Safran Foer si riferisce al panorama della produzione alimentare americana che è totalmente industrializzato, anche a livello di piccoli produttori.
    A tal punto che in Europa è proibito importare carne USA.

    Voi fate una scelta etica, scegliete di tutelare gli animali (e neanche tutti), ma questo non è privo di impatti per l’ambiente, non è una scelta necessariamente ecologica.

    Se non ci fosse un apparato industriale dietro, difficilmente voi riuscireste a mangiare vegetariano, io riuscirei ancora a mangiare carne, così come facevano i miei parenti fino a cinquant’anni fa.

  2. 26 ottobre 2010 18:09

    Guarda che è proprio questo il discorso. Non è l’allevatore berbero o il contadino che ti porta il capretto. Si tratta della carne industriale a basso costo, e anche se quella americana qui è vietata, non è che le industrie italiane siano più brave, ecologicamente.
    E guarda che la maggior parte della soya coltivata se ne va agli allevamenti intensivi. e la maggior parte della carne che trovi nei supermercati o dai macellai è allevata intensivamente.
    Io poi sarei vegetariana anche senza la valsoya. (a parte che quando possibile, e lo è quasi sempre, compro biologico)
    Leggi il libro.

  3. 27 ottobre 2010 10:37

    Beh, sì, Anze, il discorso di Foer è incentrato sull’allevamento industriale, statunitense in particolare, ma poi si allarga al rapporto con il cibo tout court. E appunto, entra anche approfonditamente nell’argomento degli allevamenti virtuosi, per arrivare comunque alla scelta veg. Il bello, comunque, è che non è un libro a tesi, non parte dal vegetarianismo, ma ci arriva, e non vuole convincere ma raccontare, da scrittore (e se convince, è proprio tramite il racconto). Per questo pensiamo che, comunque la si pensi, merita una lettura spassionata.

  4. 27 ottobre 2010 12:58

    Avevo letto un articolo molto dettagliato (su D 🙂 ) sul libro di Foer, e mi era già venuta voglia di leggerlo.
    La settimana scorsa invece parlano di un altro libro simile, ma che arriva a conclusoni molto diverse.
    (http://periodici.repubblica.it/d/?num=715 pag: 72)

  5. 27 ottobre 2010 13:45

    Ah, ancora lo leggi D, eh? Però, insomma, mi pare che qui il tema sia un altro, anche se in realtà lo sfiora anche Foer, più dal punto di vista filosofico: cioè che il rapporto tra uomini e animali non umani svaria tra antropocentrismo, antropomorfismo e Co.

  6. 28 ottobre 2010 10:28

    Sì, volevo vedere se migliorava, e, devo dire che l’ha fatto… un po’.
    Ci sono ancora le rubriche sulle canzoni d’amore, ma la moda è tornata nei ranghi e gli articoli sono decenti.
    Se solo rimettessero i font e la grafica di prima!!! >.<

    (Ho ricominciato anche perché non sapevo più cosa tenere in bagno (dev'essere qualcosa di leggi e getta perché altrimenti lo trovo poco igienico), ho provato altre riviste, ma mi piacevano meno)

  7. 29 ottobre 2010 08:40

    Comunque, le rubriche che dicevi, quelle di Elastigirl e della Soncini, a me divertono un mondo. Elasti me l’aveva già fatta conoscere Vale, che seguiva il suo blog, mentre la Guia c’ha quello snobismo che a piccole dosi mi gusta mucho, e poi quando si parla di canzoni non so resistere (songs are the salt of life).

    • 29 ottobre 2010 10:43

      Bah, a me una che pensa che uno si metta a recitare solo perché ha finalmente dimenticato la sua ex (probabilmente una trovata pubblicitaria fin dal principio), più che snob mi sembra idiota. 😦

      E poi non hai letto il numero in cui parla male dei tuoi adorati Baustelle? 😉
      Pare non siano abbastanza smielati… 🙂

      • 29 ottobre 2010 11:41

        Sì, lo so, ma va presa così. Alcuni pezzi, come quello sul paragone Carly Simon-Joni Mitchell, son notevoli, via.

  8. 2 novembre 2010 08:59

    Quello devo essermelo perso, quando l’ho letta io parlava solo di Marcella Bella, i problemi sentimentali di questo o quest’altro personaggio a me oscuro.
    Ah questa settimana parla dei Rolling Stone, un’analisi davvero interessante sulla storia d’amore di Keith Richards.

    Comunque se questo è essere snob, confermo la mia opinione sugli snob.
    In generale non li sopporto.
    Quelli che vanno in giro sbandierando una pseudo cultura anche quando si parla di dove mangiare a cena, per me solo di avere bisogno di continue conferme.
    Brutta cosa dipendere dagli altri per la propria sicurezza interiore.

  9. 2 novembre 2010 09:01

    Manca un verbo! ;-D

    Ma già che metto un altro commento, aggiungo che preferisco le persone ironiche e autoironiche, che non hanno bisogno di spiegare la vita a nessuno.
    Quelli che sanno ammettere di aver sbagliato e di non conoscere qualcosa, quelli che hanno voglia di imparare e mettersi in gioco.

  10. 2 novembre 2010 11:00

    Eh, per carità, però devo ammettere che un po’ di quel che chiamo sano snobismo (di cui l’ironia è componente fondamentale), guardandomi intorno, devo concedermelo, altrimenti soccomberei di fronte alla demenza trionfante. Certo, come dici, rischia di trasformarsi in una prigione più o meno dorata, però appunto, basta non prendersi eccessivamente sul serio (a parte su alcuni baluardi, per cui niente, vige l’intransigenza: che so, per me, se a qualcuno non piace Miami Vice o The New World, bene, non capisce niente di cinema, o almeno di ciò che io considero cinema, e buonanotte), e saper ammettere dove si sbaglia.

  11. 2 novembre 2010 12:04

    In verità il futile, se trattato con intelligenza, ha una notevole attrazione su di me.

  12. 2 novembre 2010 13:50

    In ogni caso, il mio giudizio sulla rubrica andava oltre al contenuto.
    Mi sembrava che scambiare una rubrica sul design con una sulle canzoni d’amore, fosse maschilista.
    Mi è stato confermato dal redattore di D che la ragione era proprio quella, essere più “femminile”, secondo una concezione di femminile decisamente obsoleta.

  13. 2 novembre 2010 14:13

    :facepalm: L’intento sarebbe essere più – coff coff – “femminile”.
    Continuo a pensarci che questa rivista è diventata inutile, oltre che dannosa. Non va bene nemmeno per la lettiera dei gatti.

  14. 2 novembre 2010 14:18

    Si vede che io son più femminile, come target…

  15. 2 novembre 2010 15:20

    @Ale: O che in fondo al tuo cuore ami sentire le donne parlare di canzonette e di pannolini invece che di politica

    @Vale: come ho detto, sta migliorando, rubriche a parte, gli articoli sono saliti di livello.

  16. 3 novembre 2010 10:01

    Respingo con fermezza le illazioni, ribattendo con l’occasione che anche canzonette (oddio, però, mannaggia a Bennato: perché sempre quel sottilmente irrisorio canzonette – son canzoni, su) e pannolini (specialmente se lavabili) sono politica, eccome se sono politica, oltre a essere narrazione. Per esempio, la rubrica di Elasti: sono piccole costruzioni romanzesche di tutto rilievo, con personaggi memorabili (uno per tutti Mario Tereso, l’amico immaginario di uno dei figli).

  17. 3 novembre 2010 14:40

    Scusa avevo messo un tag ironico che diceva “terribilmente rompiscatole” e me l’ha cancellato!
    In ogni caso, potrebbero essere le più brave del mondo, ma resta sempre l’equazione uomo = politica internazionale, donna = pannloni e amore.
    E, ribadisco, fatto proprio con l’intenzione di essere “femminile”, quindi non è casuale, è proprio voluto.

  18. 4 novembre 2010 09:26

    C’è sempre la Sylvie Coyaud che parla di scienza… Anyway, grazie Anz, il post più commentato della nostra storia… (qualche faccetta sorridente, non le so fare sui commenti).

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