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Altre due citazioni da Safran Foer, più una postilla di Neko Case

21 ottobre 2010

Può sembrare ingenuo affermare che scegliere se ordinare un medaglione di pollo o un hamburger vegetariano è una decisione importante. D’altra parte, sarebbe di certo sembrato incredibile se egli anni Cinquanta ti avessero detto che sederti in un posto o in un altro al ristorante o sull’autobus avrebbe potuto cominciare a sradicare il razzismo. Sarebbe suonato altrettanto incredibile se, all’inizio degli anni Settanta, prima delle campagne di César Chavez per i diritti dei braccianti agricoli, ti avessero detto che rifiutandoti di mangiare uva avresti potuto cominciare a liberare quei lavoratori da una condizione di semischiavitù. Potrà sembrare incredibile, ma se ci prendiamo il disturbo di soffermarci sulla cosa, è difficile negare che le nostre scelte quotidiane plasmino il mondo. Quando i coloni americani scatenarono la rivolta del tè a Boston, misero in moto forze così potenti da creare una nazione. Decidere che cosa mangiare (e che cosa rifiutare) è l’atto fondante della produzione e del consumo che determina tutti gli altri. Scegliere vegetale o animale, agroindustria o fattoria a gestione familiare, non cambia il mondo di per sé, ma insegnare a noi stessi, ai nostri figli, alla comunità in cui viviamo e alla nostra nazione a optare per la coscienza invece che per la comodità può farlo. Una delle maggiori opportunità di vivere i nostri valori – o di tradirli – sta nel cibo che mettiamo nei nostri piatti.

Al di là della dimenticanza letterale per cui li mangiamo, i corpi degli animali erano, secondo Kafka, gravati della dimenticanza di tutte quelle parti di noi che vogliamo dimenticare. Se vogliamo ripudiare una parte della nostra natura, parliamo della nostra “natura animale”. Quindi reprimiamo o nascondiamo quella natura eppure, come Kafka sapeva meglio di altri, talvolta ci svegliamo e ci ritroviamo, ancora nient’altro che animali. E sembra giusto così. Noi non arrossiamo, per così dire, davanti ai pesci. Possiamo riconoscere parti di noi nei pesci – la spina dorsale, i nocicettori (recettori del dolore), le endorfine (che rilevano il dolore), tutte le reazioni familiari al dolore –, ma non diamo alcuna importanza a queste somiglianze animali, e quindi neghiamo parti importanti della nostra umanità. Quello che dimentichiamo degli animali cominciamo a dimenticarlo di noi stessi.

I’m an animal, you’re an animal too

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