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Il futuro della carne

5 ottobre 2010

L’era della noncuranza deve finire. Non possiamo più scansare le nostre responsabilità.

Come dice Elizabeth Costello, la nostra empatia non può essere limitata dalle nostre capacità fisiche, come non può esserlo da quelle mentali. Più che mai nell’ambito dell’orizzontalità delle scelte del dopo Copenaghen, in cui il contributo di ognuno dev’essere fondamentale, in cui le azioni del singolo saranno sempre più decisive a livello globale.

Dal punto di vista etico, dal punto di vista ecologico, dal punto di vista della salute, dal punto di vista della sopravvivenza tout court di un ecosistema di cui siamo parte integrante, il superamento della dieta carnea è una via non procrastinabile.

Dice una stupidaggine chi (Marino Niola) dice che questa è un’epoca di piccoli ideali perché si è passati da Give peace a chance a Give pigs a chance. In realtà, la grandezza di questa battaglia spaventa, proprio perché punta alla demolizione di barriere culturali millenarie. Si sa, l’uomo è lento e un po’ stupido, e per dare a se stesso una carta di diritti fondamentali ha dovuto aspettare l’anno 1948 dopo Cristo.

Ma dare diritti a qualcuno che è totalmente altro da noi (no, totalmente no, ma almeno morfologicamente sì) è un passo veramente decisivo ed estremo, per i canoni antropocentrici inculcati dalle religioni dominanti.

Il berlusconismo cerebrale, la coda di paglia da maggioranza accerchiata, la sindrome da cristiani nell’arena che caratterizza i commenti che si intercettano in rete ai post sul vegetarianismo non sono che il sintomo più superficiale di una sclerosi mentale preoccupante, così come i discorsi sulla creazione in laboratorio di specie immuni al dolore o di carne da cellule coltivate in vitro sono lenimenti, anestetizzazioni di un senso di colpa invincibile.

Coraggio: uno sforzo in più, una visione più ampia, un’utopia per cui combattere.

Tu ti chiedi per quale motivo Pitagora si astenesse dal mangiar carne? Io per parte mia mi domando stupito quale evenienza, quale stato d’animo o disposizione mentale abbia spinto il primo uomo a compiere un delitto con la bocca, ad accostare le labbra alla carne di un animale morto e a definire cibo e nutrimento, davanti a tavole imbandite con corpi morti e corrotti, membra che poco prima digrignavano i denti e gridavano, che potevano muoversi e vedere. Come poteva il suo sguardo tollerare l’uccisione delle vittime sgozzate, scuoiate, smembrate, il suo olfatto resistere alle esalazioni, come ha fatto il senso di contaminazione a non dissuadere il palato, a contatto con le piaghe di altri esseri, nel ricevere i succhi e il sangue putrefatto di ferite mortali? (Plutarco)

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