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Roseto, Wimbledon

28 giugno 2010

C’è di buono che quest’anno è andata a compimento la mia disintossicazione da calcio. Da ex-juventino le cui ultime emozioni in bianconero risalgono alla Coppa dei Campioni (anche se non si chiamava già più così) del ’96, il dominio della famigerata triade già provvide a disamorarmi del campionato italico, a parte una platonica simpatia per il Brescia di Mazzone e Baggio.

Non riuscivo a sottrarmi alle sirene europee e mondiali, alla sofferenza dei supplementari 2000 o al tripudio dell’1-2 alla Germania, che – son sincero – mi manda sempre dei brividi su per la schiena. Quest’anno, complice l’oscuramento delle gare sul satellite, e alla poca voglia di tirar fuori soldi per un altro decoder, non vado al di là di qualche radiocronaca, che tra l’altro offre il vantaggio di immaginare belle partite, invece della noia generalizzata.

Invece, in questi pomeriggi di fine giugno, quando con la brezza d’occidente arrivano anche le nostalgie morettiane, ecco, quello che vorrei far tornare sono quelle giornate al mare dove me ne stavo solo soletto nell’hall dell’albergo a farmi overdosi di Wimbledon: mentre fuori la gente si rosolava al sole, mi perdevo nel verde con Chris e Mac, con Martina e Miroslav, e il naufragar m’era dolce in quell’erba.

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