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La moda dei Baustelle

29 aprile 2010

Niente, a casa nostra è vietato ascoltarli. Se per caso in macchina la scimmietta li piazza azzardatamente sull’ipod, le scenate isteriche della Vale mi convincono a scavallarli, per evitare incidenti. Se sovrappensiero inizio a canticchiare “ballano/le svedesi portano/minigonne pallide” oppure “morire la domenica/chiesa cattolica”, ma anche – di riflesso – “e la cometa di Halley ferì il velo nero”, si minaccia di scagliarmi contro Elio, Betty Moore e Guia Soncini.

Ma che posso farci, ditemi voi, se mi piacciono i Baustelle?

Nelle canzoni di Bianconi ci sto dentro, in ammollo, proprio come ci stavo nelle trasmissioni di Massimo Coppola. Siamo coetanei, cresciuti e plasmati dalla stessa cultura sound & vision, ci piace citare e riciclare, è naturale che me li senta un po’ come fratelli, che ci si intenda al volo.

Come in quella puntata di Avere vent’anni dove Coppola serviva un montaggio alternato di cemento metafisico e primi piani grotteschi titolandolo “Antonioni meets Fellini at Cologno Monzese”. Come quando Bianconi parla di perdizione e morte di Frank Wolff in un pezzo su Roma per Rolling Stone.

Perché Bianconi in fondo è un Tarantino di provincia con la chitarra. Se Quentin da pischello andava in giro per Los Angeles conciato come Chow Yun-fat che rifà Alain Delon in A Better Tomorrow, lui a Montepulciano “già recitava, erano anni che studiava Alain Delon”.

Le sue canzoni sono, come i pastiche tarantiniani, miscele esplosive, dove si incontrano e incastrano chansonniers e bossa nova, new wave e Morricone, maudits e Cinecittà, decenni e millenni, educazioni sentimentali e minitrattati di antropologia pop, i canti dell’adolescenza e quelli dell'(in)esperienza.

Confessioni individuali e collettive senza paura del dandysmo spudorato, della naiveté sentimentale, dell’ammicco intellettuale, del consapevole fighettismo, dell’aggancio melodico alla congiunzione tra Lee Hazlewood e Scott Walker, Maurizio Monti e Sanremo.

E soprattutto – qui sta il punto – come per Tarantino: c’è un fuoco che continua ad ardere dentro il cristallo autoriflessivo postmodern, il suo stilizzato aleph manierista, ed è quello che li salva dall’implosione funerea, quel che rende indispensabili La malavita come Kill Bill.

Questa canzone mi commuove sempre. Amen.

2 commenti leave one →
  1. 29 aprile 2010 15:30

    Sì, d’accordo free Mandela… coff coff, dicevo, sì, d’accordo i Baustelle, ma il concerto a quel posto lì di cui non ricordo il nome è stata una delle esperienze più terrificanti della mia vita.
    E poi io non ti costringo ad ascoltare Bomba bumeranga, eh…

    Ma Bomba bumeranga non piace nemmeno a me -.-‘

    Ecco: io non ti costringo ad ascoltare Emerson Lake e Palmer, no? La versione coatta e trashona di Pictures at an ex, no?
    Negalo!

    Ehm… coff coff…

  2. 1 maggio 2010 18:45

    Sì, il concerto all’Alpheus è stato una faticaccia, anche perché c’era un botto di gente in uno spazio vitale limitato.
    E comunque vammelo a negare. Ieri in supermarket è partita La cometa di Halley, io non resisto, e attacco a cantare. Apriti cielo!
    Per quanto pure Bomba bumeranga… si scherza, via.

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