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The Dome – recensione

23 febbraio 2010

*Attenzione, potrebbero esserci spoiler*

Lo ammetto.

Avevo fatto le cinque solo un’altra volta, e non l’avevo passata a leggere, ma a trascinarmi per Roma, prima per andare al matrimonio di un amico del mio amico camerunense, poi per tornare a casa. I matrimoni africani non sono mai una cosa da prendere alla leggera, soprattutto senza avere un fisico perfettamente allenato. I parenti degli sposi infatti hanno continuato a ballare come niente fosse fino alle otto, minuto più minuto meno, così mi è stato riferito. Io alle otto ero ormai in catalessi sul divano (non volevo svegliare nessuno, in casa).

Quando stanotte – o meglio, stamattina – ho posato The Dome, l’ultimo Stephen King, ho ugualmente cercato di non far troppo rumore.

Mentre Moka sollevava una mezza palpebra dai piedi del letto, per controllare quali intenzioni avessi, mi sono alzata, sono andata in bagno e quando sono tornata ho bevuto mezza bottiglia di acqua. Tengo una bottiglia di acqua (di rubinetto) sempre vicina, da quando una volta, influenzata, passai tutta la notte pensando di essere finita nel deserto del Gobi.

Mi sono addormentata pensando a Julia che stringeva il suo corgi, che se la rideva con quel sorriso un po’ folle che hanno tutti i corgi. È stata una cosa buona.

(Prima che me lo chiediate, no: ancora non ho elaborato The Lovely Bones. Ancora ci penso e me lo sento nello stomaco mezzo digerito).

Ho letto diverse cose sul libro. Dalla recensione entusiastica a quella scocciata. A quella totalmente negativa, stessa versione di quelle per i libri di Stephen King da una quindicina di anni a questa parte (quando Steve ha smesso di scrivere? Più o meno verso L’Ombra dello Scorpione… nel ’78).

Permettetemi: non sono d’accordo.

La Storia di Lisey è una delle più belle storie che parlano di scrittura e ispirazione degli ultimi anni. E di solitudine, e di quello che c’è fra due persone che stanno insieme (o quello che è nascosto nel loro rapporto) per tanti anni.

Duma Key parla dell’arte e del potere che può avere l’immaginazione.

E The Dome forse non sarà il suo romanzo migliore, ma è quello che più di ogni altro dice “piacere, mi presento: Steve King”.

È il suo romanzo peggiore. Non qualitativamente, non tecnicamente, ma riguardo la cattiveria che c’è riversata dentro. Qui la cattiveria non ha cali di intensità, l’avidità non si ferma nemmeno davanti all’evidenza della morte, le brutte idee non hanno ripensamenti: si seguono i consigli della propria scimmia fino in fondo, anche quando la parte sempre più debole del proprio cervello, quella razionale, grida di smetterla, guarda cosa stai facendo!

Stephen King afferma nella nota finale che ha iniziato a scrivere questo romanzo nel ’76, di averlo perso – sopraffatto dalla difficoltà di gestire tutto quel materiale (una intera cittadina isolata dal mondo) – e di averlo finalmente ricominciato, scrivendo quasi a memoria solo l’inizio, nel 2007.

Io credo che questo libro non volesse farsi scrivere nel ’76. Che il 2007 era un momento molto migliore, per metterci mano.

La città di Chester’s Mill è il pianeta terra. La cupola… fate un po’ voi. Non starò a imbeccarvi temi e argomenti che abbiamo a cuore Ale ed io in questo blog.

Nei tag avete tutto ciò che vi serve per farvi un’idea di cosa ho letto io in The Dome, di quello che zio Steve ha detto a me. E zio Steve non dice a tutti la stessa cosa, se vi fate un giro per le varie recensioni su questo romanzo troverete altri pareri.

Io rivendico il diritto di appropriarmi di questo romanzo, di farlo mio attraverso una lettura ambientalista, che comunque per forza di cose rimane collegata alla politica, all’avidità delle multinazionali, alla meschineria dei singoli.

No, forse non avrei dovuto star su fino a tardi, ma dovevo sapere come la vede Steve, come finirà tutto questo pasticcio.

Qualcuno ha scritto che il finale è il solito debole finale à la Stephen King. Dissento anche su questo, se permettete. Può essere una mezza cazzata come trovata per spiegare la situazione della cupola, ma quello che zio Steve fa fare ai protagonisti, dopo mille pagine di follia delirante, è l’unica cosa razionale che loro potessero fare.

Quell’umiliazione, la preghiera, che nella mia personale lettura significa una presa di coscienza vera. Non i discorsi demagogici di politici che pensano solo alla prossima sniffata o alla prossima escort, e parlano di ambiente solo per tener buoni quei quattro gatti isterici degli ambientalisti.

Steve l’ho visto abbastanza ottimista.

Io non lo sono, credo ancora che la cupola e chi la manovra ci sta portando dritti dritti all’inferno, ma più del mio piccolo non posso fare.

Mi consolo con Julia che abbraccia il suo corgi, piangendo perché trovare il proprio cane vivo e festante alla fine del casino è importante quanto portare in salvo i ragazzini.

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3 commenti leave one →
  1. Guglielmo permalink
    27 giugno 2011 13:55

    Come si fa a non amare “The Dome”: è un libro fantastico! Sono d’accordo con tutto quello che scrivi compreso il tuo commento sulle ultime opere del Re tutt’altro che trascurabili. Voglio solo aggiungere che al sottoscritto il finale e la rivelazione sulle origini della cupola (siamo “solo” delle formichine)le ho torvate geniali. Geniale sono anche quei due capitoletti in cui King si stacca completamente dalla storia e ci accompagna per mano dall’alto a vedere tutti i nostri personaggi. Meravigliosa anche l’amicizia tra il soldato semplice che vive fuori dalla cupola e il bambino che soffre dentro la cupola.

    • Paolo1984 permalink
      10 marzo 2012 17:22

      sono d’accordo con guglielmo. The Dome è un bellissimo romanzo. Per me è sempre piacevole leggere come il Re descrive in maniera sempre credibile i luoghi, le situzioni, le persone e i loro comportamenti

Trackbacks

  1. Inquietante interrogativo « V(ale)ntinamente

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