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La realtà e la sua percezione – II

21 gennaio 2010

Dopo la prima puntata è passato anche troppo tempo, avrei voluto scrivere questi post tutti di seguito, ma va bene anche così.

Oggi iniziamo con una immagine dal passato, per parlare del presente.

Nel 1952 Horace Gold, parlando con Isaac Asimov dei suoi futuri progetti, gli suggerì di scrivere un romanzo in cui, in un mondo sovraffollato, i robot stavano pian piano sostituendo gli esseri umani, togliendo loro il lavoro. Ad Asimov non andava per niente di scrivere science fiction sociologica, come dice lui stesso, pensava che sarebbe stato deprimente. Però iniziò a pensare e a scrivere. E ci ha lasciato una strana coppia di detective, l’umano con i suoi difetti, la sua lentezza e le sue debolezze, e il robot, perfetto, bellissimo, ma anche lui non privo di difetti.

Il romanzo era tradotto in Italiano come Abissi d’acciaio. ebbe talmente successo che gli editori smisero di chiedere ad Asimov la trama delle sue opere prima di pubblicarle. Isaac ci prese gusto, e nel 1955 iniziò un secondo libro della neonata serie. In Italia lo abbiamo come Il Sole nudo.

Parlamo un po’ di questo romanzo. Anzi, parliamo della sua ambientazione.

Il detective umano Elija Baley e il suo socio Daneel R. Olivaw devono indagare sull’omicidio di un ricco solariano. Solaria è il risultato della prima ondata di colonizzazione spaziale, avventuta mille anni prima. Gli spaziali durante questo tempo si sono evoluti al punto da risultare quasi alieni per i terrestri, anche perché i terrestri si sono rinchiusi nelle loro città-fortezza isolati anche dal loro stesso pianeta.

Solaria è il più “alieno” di questi mondi. Pochissimo abitato, diviso in grandissime proprietà, ì suoi abitanti non si vedono quasi mai. Non si vedono quasi mai di persona. La loro fobia per il contatto fisico, appena accennata negli altri spaziali, in loro diventa quasi una malattia.

Però i solariani non vivono come eremiti. Hanno sviluppato un sofisticatissimo sistema di comunicazione, olografico, trasportabile, che permette loro, in qualsiasi momento e in qualsiasi punto del pianeta, di parlare e “visionare” chiunque vogliano.

Al punto che vedere una persona senza la mediazione del sistema olografico provoca non pochi scompensi.

Ora, lasciamo perdere la storia del romanzo. Se non avete letto la serie di Liji Baley e Daneel Olivaw vi consiglio vivamente di farlo, è buona e solida hard science fiction, e a dispetto dei contenuti sociologici è molto divertente.

Parliamo un po’ del nostro mondo. Quello in cui la gente si vede, si tocca, anche senza cercare il contatto. Nel nostro mondo non abbiamo un sistema di comunicazione evoluto come quello dei solariani. Anzi, direi che le scimmie nella foresta comunicano in modo molto più sofisticato di noi.

In questo nostro mondo esistono sistemi di comunicazione unidirezionali, per niente democratici, anzi, dittatoriali, come la tv e la radio. Ma esiste anche un sistema democratico. Ed è internet.

E chissà perché, non passa giorno in cui gente anche con grandi seguiti si lancia in dichiarazioni folli e pericolose sulla dannosità di internet.

Ci sono persone che vorrebbero controllare l’unico mezzo di comunicazione democratico che i terrestri hanno a disposizione.

Facciamo un altro cambio di rotta. Vi dico un po’ chi era la Vale da ragazzina, cosa ha iniziato ad essere grossomodo verso gli otto, nove anni.

La Vale era considerata quella che oggi si chiama nerd. A scuola, perché non frequentava altri ragazzini fuori, a parte le sue tre sorelle e alcuni vicini, strani come lei.

A scuola Valetta veniva giudicata per quello che faceva: leggeva molto, aveva iniziato a scrivere raccontini per compensare la mancanza di cose interessanti, a suo dire. E non ascoltava la musica pop. Ascoltava prima di tutto quella che generalizzando chiamiamo musica classica. Poi del buon hard rock con suo padre: Led Zeppelin, Deep Purple. E non guardava in tv gli stessi programmi che guardavano i suoi coetanei. Lei guardava Piero Angela e i cartoni animati che le piacevano erano Lupin terzo e Capitan Harlock.

Vale sviluppò una coscienza ecologica fin da giovanissima, il che è forse l’unico punto positivo a favore delle suore (Vale ci andava a scuola). Punti negativi, molti, troppi. Ma lasciando da parte le considerazioni filosofiche, sociologiche e fideistiche, la cosa brutta era l’assurda pressione che Vale doveva subire per “integrarsi”. L’assunto per cui l’isolamento è una pessima cosa. Devi stare con gli altri. Devi giocare con gli altri. Gioca a pallavolo! (Io odio la pallavolo). Inserisciti nel gruppo! Parla con i tuoi compagni!

Perché devo parlare a persone con cui non ho nulla in comune? Che mi guardano storto se non conosco gli ultimi sviluppi delle tresche di Candy Candy o di Milo e Shira? (Sì, pardon, lo so che è il contrario, ma allora mi veniva da dirlo così. avevo pur sempre nove o dieci anni).

Le cose sono peggiorate alle medie, e nei primi anni delle superiori. Insomma, fin quando sono stata tanto scema da preoccuparmi anche solo un po’ di quello che pensavano gli altri, compagni e professori.

Continuavano a guardarmi come un’aliena. Quando ho scoperto il mondo di Solaria, verso i diciotto anni, ho pensato che avrebbe davvero fatto al caso mio: un bel casale da abitare, robot compiacenti e antropomorfi a svolgere le faccende, e soprattutto terra, tanta terra. Boschi, laghi, prati con un angolo da coltivare ad orto, la possibilità di tenere gatti e cani senza che dia fastidio al vicino, perché il vicino più vicino abita duecento chilometri più giù, lungo la strada.

Lo pensavo davvero. E però non era giusto.

Non sono mai stata un’eremita nel senso stretto. La compagnia mi piace. Mi piace chiacchierare di film e di libri con Ale. E allora mi piaceva passare quei pochi minuti insieme ai figli dei vicini, gente strana tanto quanto me.

E più tardi mi piaceva stare con il giro di Mario Rossi, il Milanese e Bassetta, anche se dovevo sciropparmi la presenza di Jeff.

Quando oggi scopro Facebook non mi piace sentire la solita gente che dice: Facebook è il male, la gente non si incontra più.

Perché io ho trovato tanti amici, su Facebook, che la pensano come me. Tante persone vere impegnate con chi non ha diritto di parola, gli animali. Allora ci sono Claudia, Rosy, Giulia, Silvana, Leda, Cristiana e Cristina, c’è Giulio, ci sono Guido e Francesco. Ci sono persone che come noi rifiutano di mangiare animali, c’è Silvia, ci sono Francesca e Mirko. C’è gente che scrive, che ha sempre amato la scrittura, come Giulia che nonostante sia disortografica scrive, e ha pubblicato un romanzo.

Ci sono persone che amano i Rammstein come me, anche se sono così truzzi.

Perché certa gente deve dire che Facebook allontana le persone l’una dall’altra? Io non ho mai avuto così tanti amici.

(sì, vabbè, c’è il discorso che FB è programmato per poche persone – solariane! – quindi ha le sue belle pecche… ma i pro superano di gran lunga i contro. Per ora.)

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2 commenti leave one →
  1. 21 gennaio 2010 14:18

    Stessa storia, stesso problema (musica hard a parte) aggiungi nessuna sorella, nessun vicino e un fratello che più integrato (nonché campione di pallavolo) non si può portato ad esempio.
    I libri sono sempre stati i miei migliori amici, per quanto negli anni mi sia sforzata e anche con un certo successo di integrarmi.
    Una facciata per essere lasciata in pace.

  2. elenaromanello permalink
    24 gennaio 2010 17:17

    Quasi stessa storia per me, con la differenza che adoravo Candy Candy. Mi piacevano i libri, la musica classica, scribacchiare qualcosa e detestavo fare vita sociale, interessarmi agli altri (tranne che per le grandi cause sociali), interagire con le altre persone. Oggi come oggi adoro leggere, scrivere, il cinema, la musica e continuo a detestare fare vita sociale. Sono scappata dal mondo dell’informatica perché lì è richiesto lavoro di gruppo, che poi sono un branco di misantropi asociali e alienati e voglio proprio vedere come fanno.

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