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Ancora dalla parte delle bambine

1 gennaio 2010

Qualche giorno fa parlavo, nel primo di una serie di post sulla percezione della realtà, del libro di Loredana Lipperini, Ancora dalla parte delle bambine.

Ne avevo letto l’introduzione di Elena Gianini Belotti (già, dovrò leggere anche il suo Dalla parte delle bambine, a questo punto) e il primo capitolo.

Ieri mattina l’ho finito, quindi posso scrivere oggi le mie impressioni.

Cosa dire, di questo libro?

Essenzialmente una cosa, quello che già dicevo l’altro giorno: dovrebbero leggerlo tutti.

Perché, differentemente da quanto dicevano Emile Zola e i suoi contemporanei, non c’è vero progresso finché la donna rimarrà relegata nei ruoli in cui la società fallocentrica l’ha (di nuovo) ricacciata (se mai è esistito reale cambiamento).

La cosa è più grave di quanto non sembri. Leggevo delle cose agghiaccianti, riguardo l’educazione delle bambine, ma anche dei bambini. Riguardo la leggerezza con cui la società permette determinate cose, i giornaletti per le adolescenti (rigorosamente femmine), le pubblicità stesse, anche quelle sui giornali per adulti. Non è che prima non ci facessi caso, alle differenze di genere nelle pubblicità per e sui bambini. Non la vedevo proprio, la pubblicità. E oggi mi accorgo che su un giornale come D di Repubblica (La Repubblica delle Donne! Che retorica!) nelle pubblicità per il vestiario dei bambini accade esattamente ciò che dice Loredana: un bambino bellissimo, ritratto davanti ad una sorta di manifesto, col vento fra i capelli ovviamente biondi, un sorrisetto quasi ironico, “la felicità è un viaggio che inizia da piccoli” è il motto (la marca non la dico, anche perché personalmente la boicotto da anni). Sfoglio una pagina, una sola pagina, e mi trovo davanti un interno presumibilmente borghese, un albero addobbato con tre bambini, anche questi bellissimi. Due sono femmine, una più grande. Il terzo è un bimbetto roscio che dall’espressione si capisce tutto pepe. Le femmine sono serie.

Mi succederà di vedere solo questo, d’ora in poi? Come quando mia sorella rimase incinta la prima volta: fino a quel momento bimbi, pance e passeggini erano qualcosa di alieno, che se capitava di incontrare per strada si guardava come succede con i documentari sull’Amazzonia. Appena Linda mi ha detto: sono incinta, non ho visto più altro che pance, poppanti, carrozine e pubblicità per puerpere e neonati.

Io penso. Penso a quando forse un giorno avrò, avremo, un figlio o una figlia. Non si scappa. Non si scappa dalla dittatura del ruolo di genere imposto dalle altre madri, dalla scuola e dai libri scritti come se vivessimo ancora negli Anni 30. Dai programmi in tv e dalle pubblicità. Non si scappa dai compagni di classe educati a differenziare subito i generi (i maschi sono intelligenti, le femmine devono stare in casa).

Non si scappa.

Io non penso di essere una persona ansiosa. Sono piuttosto distratta, o forse il termine giusto è ingenua. Se mai dovessi avere un figlio, non credo che sarei ansiosa e impaurita e convinta di non essere all’altezza, perché so di esserlo. Ho tirato su una nipote nel suo primo anno di vita, mentre sua madre cercava (infruttuosamente) lavoro. Quindi se qualche medico dovesse venire a dirmi “sei inadeguata”, penso che lo guarderei stupita, e poi forse mi farei una risata.

Ma ora mi fa paura quello che mio figlio o mia figlia potrebbe trovare là fuori.

Perché in casa lei o lui avrebbe l’esempio di una madre che è molto diversa da quelle che io chiamo le mamme, quelle belle, perfette lavoratrici e inappuntabili casalinghe dell’immaginario italiota. Avrebbe un padre che si compra i pacchetti di fazzoletti elettrostatici per spolverare – lui – e che se vede un batuffolo di polvere in terra prende la scopa e la usa. Un padre che non è capace di cucinare ma apparecchia la tavola e carica la lavastoviglie. Infine, un padre che ha comprato questo libro, e lo sta leggendo.

Comprate e leggete il libro di Loredana. Prestatelo ad amici e parenti. Consigliatelo ai colleghi.

Fate girare le idee, cazzo!

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6 commenti leave one →
  1. 20 gennaio 2010 17:47

    Avevo trascurato il vostro blog, lo ammetto, e sto andando a ritroso, non avevo visto che c’era già la recensione al libro.
    Chiedo venia.

    A me ha fatto los tesso effetto: non guardo più le pubblicità e i programmi con la stessa leggerezza.
    Inoltre guardo un po’ perplessa i riferimenti stregoneschi nel mio blog… ma mi dico che forse il fatto che abbia studiato in una facoltà scientifica e tutti i giorni lavori in un ambiente quasi esclusivamente maschile abbia un peso maggiore. 😉

    PS. ma “dalla parte delle bambine” l’avete letto? Ha segnato la mia adolescenza, l’avrei tirato in testa a mia madre! 😉

  2. 21 gennaio 2010 09:58

    Io lo sto leggendo adesso. Preciso e illuminante per molti aspetti. Forse a volte, nella foga del ragionamento, la Lipperini cerca di far quadrare tutto, troppo, e forza certi esempi. Comunque, il coté stregonesco e la vicinanza del femminile alla terra sono ricchezze, non limiti. L’importante è non confinare, limitare, sedare, bensì liberare, mettere in relazione, esondare.

  3. 21 gennaio 2010 14:21

    Io a dire il vero lo faccio per scherzare, la solita autoironia: per nani mi ahnno chiamato strega, ma senza magia! 😉

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