Durante il relax domenicale capita a volte di prendere giornali e riviste che stannò lì, occhieggiando in un angolo da qualche settimana, di sfogliarle, tra un incontro di lotta greco romana e i risultati delle elezioni tedesche.

E capita, sfogliandole, di specchiarsi in pensieri che ci occupano la testa costantemente. Tipo quelli sul paesaggio. Dice Massimiliano Fuksas (fonte “L’Espresso“)

Ogni volta che mi sposto, che prendo una macchina o atterro in un aeroporto nel nostro paese, non vedo vuoto né natura. Non vedo nemmeno paesaggi conservati, che ricordano i fondali rinascimentali dei quadri che ci hanno resi famosi nel mondo. Anzi. Vedo un ambiente costruitissimo. Saturo di oggetti. In uso e in disuso. Abusivi e non. Spontanei, necessari, recenti, contemporanei. Di ieri. Insomma, vedo la presenza dell’uomo. Nel bene e nel male. Ma non sempre vedo la traccia di un architetto. Questo non vuol dire che non abbiamo responsabilità nel processo di distruzione o salvaguardia della realtà, del nostro mondo. Anzi. Ma il problema supera l’estetica. L’assenza che davvero si percepisce è quella di un progetto. Di una visione. Quello che invece sembra vincere è una realtà di interventi che non porta la firma di nessuno, che quindi nessuno rivendica o riconosce, oggetti senza responsabilità, ma dalle conseguenze gigantesche. E spesso sono questi i peggiori incontri fatti dal nostro sguardo sulla strada verso il mare, o verso qualsiasi altra destinazione. Alla ricerca di uno spazio vuoto, ancora da immaginare.

Parole sante, davvero. Sono più o meno le cose che penso tutti i giorni, gettando un occhio fuori dal finestrino del treno. E quello che mi colpisce, dell’inquinamento visivo in cui si invischia lo sguardo, è sempre il disordine delle testimonianze umane, che sembrano spesso buttate lì senza un piano, alla come capita capita, senza il benché minimo riflesso di una idea estetica che presieda all’atto pratico della costruzione (su questo ci sono brani pregnanti in Strada provinciale tre di Simona Vinci), senza una regola, senza storia tramandata o possibile. E poi l’incuria. Il fatto che, una volta costruita, impiantata, scagliata qualcosa sul territorio, non si possa più rimuovere, viene come dimenticata e lasciata lì anche senza nessuno scopo residuo. Tanto è facile mettere, quanto è difficile togliere, da queste parti (non si tratta solo di abusivismo, magari le brutture sono del tutto legali, certificate, ancora più inquietanti quindi). E non sono esclusivamente gli obbrobri grossi – dagli scheletri cementiferi ai capannoni disgregantesi, dall’archeologia industriale in rovina alle case abbandonate a loro stesse – a gettare nello sconforto. Sono, che so, le insegne di qualche attività deceduta da lungo tempo, di cui rimane il palo, lo stendardo metallico arrugginito, il neon cascante a imperituro scempio. Sono (altamente simboliche) le bandiere issate in afflato patriottico e lasciate a sbrindellare al vento, scolorite, patetiche. I segnali stradali divelti, piegati, contorti. Le cabine telefoniche, ormai residuati da film postatomico. E così via. Testimonianze senza storia, passata o futura, appunto, ma avvinghiate al presente della materia, inutili ma inesorabili nel loro “esserci” di banale, inerte, espansa bruttezza.

Allora, per risollevarmi, per farmi forza, per immaginare una riscossa, quoto Edgar Morin (fonte D di Repubblica):

Siamo, come disse Heidegger, nel buio fondo della notte. Ma siamo anche al principio di un’alba, la seconda preistoria dell’uomo mondializzato. Non dobbiamo scordare che la vita è fragile, incerta e nello stesso tempo molto aperta: le potenzialità umane sono immense, dobbiamo usarle.

Tutti: architetti, urbanisti, politici, cittadini, contadini, uomini e donne di buona volontà.